G e o r g e t t e

Categoria: Abbigliamento e psicologia

Lo faccio per me stessa

Una sposa il giorno del suo matrimonio, un’attrice sul “red carpet” e noi, tutte le volte in cui sentiamo la necessità di dirottare l’attenzione altrui su di noi stessi, istintivamente indossiamo degli abiti vistosi, più stravaganti del solito, meno anonimi di quelli che indossiamo quando non ci interessa il centro dell’attenzione. Sfortunatamente, gli altri prestano molta meno attenzione al nostro aspetto e al nostro comportamento di quanto noi immaginiamo! Questa non è una banale affermazione disfattista e scoraggiante, ma si tratta di un reale fenomeno comune a tutte le persone: comunque vada nel momento in cui vi è la consapevolezza di essere sotto i riflettori, la portata dell’attenzione percepita rivolta su di noi è sempre maggiore a quella reale. In un esperimento (Gilovich 2010) ad alcuni studenti veniva fatta indossare una imbarazzante giacca alla Barry Manilow (un cantante statunitense noto per la sua stravaganza) prima di entrare in aula con altri studenti. Solo il 23% dei compagni notò la giacca, mentre il 50% di coloro che la indossavano era convinto che sarebbe stato notato.

Ciò che è vero per abiti bizzarri, pettinature ridicole e apparecchi odontoiatrici ad esempio, lo è altrettanto per le emozioni: irritazione, ansia, mani sudate, disgusto, gaffe sociali e lapsus in pubblico.

“Non esiste argomento più interessante per le persone delle persone stesse. Per buona parte degli individui, inoltre, la persona più interessante in assoluto è il sé”
Roy F. Baumeister, The self in Social Psychology, 1999

Un’altra grande funzione tra le innumerevoli che noi diamo all’abbigliamento e alla cura di noi stessi in generale è la creazione di un ruolo. Il primo giorno di scuola o di lavoro qualcuno può essersi sentito supersensibile alla nuova situazione, altri forse solo un po’ imbarazzati, ma di sicuro avete provato valorosamente a comportarvi in maniera naturale e a sopprimere i comportamenti che in precedenza, quando occupavate altri ruoli, (ad esempio studenti delle superiori) vi si addicevano. In tali occasioni si sta attenti a tutto ciò che ci circonda e che facciamo, poi un giorno diventa tutto naturale, i nostri comportamenti non sono più forzati. Il ruolo comincia a calzare bene quanto “il vecchio jeans”. E’ quello che successe a Stanford quando alcuni studenti passarono volontariamente alcuni giorni in una prigione simulata, creata ad hoc per l’esperimento: alcuni di loro indossarono uniformi e impugnarono manganelli e fischietti, altri erano chiusi in celle e vestivano uniformi umilianti. Dopo il primo giorno di recitazione allegra e divertita, le guardie cominciarono a denigrare i prigionieri e alcuni idearono delle procedure crudeli. I prigionieri diventarono apatici o si ribellarono. “Si sviluppò una crescente confusione tra il gioco di ruolo e la propria identità ” Zimbardo (1972).

E’ il luogo che modella le persone o sono le persone a creare le caratteristiche di un luogo? Sono gli abiti indossati che delineano le persone o sono le persone che scelgono gli abiti che si addicono a loro? La teoria dell’autopercezione (Daryl Bem, 1972) ipotizza che osserviamo il nostro comportamento e le circostanze in cui avviene per dedurre quali sono i nostri atteggiamenti: ho comprato questo paio di scarpe costose perché mi piacciono, dunque sono una persona che è disposta a spendere/investire sull’abbigliamento.
Questo spiega anche il motivo per cui adesso è così tanto di moda indossare le sneakers fuori dalle attività sportive: a tutti piace l’immagine di se stessi sempre sportivi e in forma!

Uomini e donne


Perché a una donna non bastano le tasche? Non rispondetemi che hanno bisogno di più spazio e quindi usano la borsa per il trasporto degli oggetti. Molte volte infatti una donna si può permettere di portare con sé solo cellulare (a patto che sia di media dimensione), chiavi e banconote, perché il portafoglio è più grande della borsa stessa.
Lei non userà mai le tasche, che quando, come accade spesso, sono stragonfie, finiscono per deformare gravemente la linea data al capo.
Fin dove c’è spazio per le variazioni individuali, le donne si danno da fare per rendersi uniche.
Gli accessori femminili infatti, sono molto più fantasiosi e fini a sé stessi di quelli maschili e in generale la gamma di indumenti che una donna può scegliere è molto più vasta.

Nei secoli scorsi però, l’abbigliamento maschile era carico di ornamenti al pari di quello femminile ed è alla fine del 1700 che inizia la rinuncia degli uomini alle forme di decorazione più brillanti e sfarzose.
Fino ad allora donne e uomini gareggiavano in splendore ed eleganza, mentre in seguito solo la donna è stata ed è tutt’ora depositaria della bellezza e della creatività, sia pure nel senso strettamente sartoriale. L’abbigliamento maschile diventa molto sobrio e austero, l’uomo abbandona la pretesa di essere bello e si preoccupa unicamente di essere ordinato e pratico.
Questa tendenza alla semplificazione e all’uniformità dell’abbigliamento maschile deriva, in origine, dallo sconvolgimento sociale della Rivoluzione Francese (valori come l’uguaglianza) e dai nuovi valori commerciali e industriali che tenevano gli uomini in negozio e in ufficio, non più nei salotti.
Così l’uomo moderno è molto più rigoroso e rigido della donna per quanto riguarda l’abbigliamento, dimostrando implicitamente il rispetto per i principi di dovere, rinuncia e autocontrollo.
L’abbigliamento femminile è rimasto più vistoso degli uomini per tradizioni sociali, ma ora che le donne svolgono un ruolo nettamente più attivo nella vita sociale e lavorativa, vestono anche in modo simile alle altre con poche decorazioni, almeno nelle ore di ufficio.
Un’evidenza da richiamare all’attenzione è il fatto che nelle donne tutto il corpo è sessualizzato, mentre negli uomini l’erotismo è più specificamente concentrato nella zona genitale. Ciò significa che qualsiasi parte del corpo femminile ha un significato molto più erotico della corrispondente parte maschile. Per questo la donna è il più pudico e al tempo stesso il più esibizionista dei due sessi e anche se viene coperto, è probabile che rimanga comunque una certa coscienza del corpo sotto ai vestiti.


Un abito dovrebbe essere stretto abbastanza per mostrare
che sei una donna e sufficientemente morbido da provare
che sei una signora.

(Edith Head)

 

Volumi e illusioni.

I vari vantaggi e le soddisfazioni che derivano dall’abbigliamento sono basate psicologicamente su un’illusione conosciuta dagli psicologi come “confluenza”.

In questo tipo di illusione la mente non distingue tra due cose che in altre circostanze sarebbero facilmente riconoscibili ed attribuisce ad A quello che in realtà appartiene a B così che A sembra subire un aumento.

E’ per questo che indossare abiti larghi fa sembrare più larga la figura: perché l’ingrandimento, in realtà dovuto agli abiti, viene inconsciamente attribuito al corpo che li indossa, dato che è la parte più interessante dell’insieme.
Così dei pantaloni a vita alta e a zampa di elefante in una figura piccola creano un effetto percettivo di estensione della gamba, ma anche del busto.

Ma perché allora si consigliano abiti ampi, tessuti morbidi e forme voluminose a chi vuole apparire più snello? Non si rischia di far apparire il tutto più grande?
No. Se la differenza tra l’abito e il corpo è troppo grande, il processo di “confluenza” crea l’effetto opposto di “contrasto”. Ecco perché un vestito che a causa della sua dimensione eccessiva e completamente sproporzionato al corpo di chi lo indossa può, per contrasto, rimpicciolire la figura. Adesso capite come mai (tra i vari motivi) le modelle che sfilano nelle passerelle con aspetto piuttosto sgradevole e scostante, sono molto esili? E’ il modo più immediato per mettere in evidenza, per l’effetto di contrasto, il capo d’abbigliamento: esso è apparentemente così troppo voluminoso che viene messo in primo piano rispetto alla modella, la quale può essere paragonata al quadrato piccolo all’interno del quadrato molto più grande.

La misura eccessiva di un vestito non è l’unico fattore che interferisce con l’effetto di confluenza. Per produrre quest’effetto, le varie parti dei vestiti devono fondersi mentalmente in un’unità. Un indumento che non è percepito come parte dell’insieme del corpo (come ad esempio un cappello grande che minaccia di cadere)  può in questo modo compromettere il processo di incorporazione. In tal caso l’effetto può essere simile a questo:

Inoltre, implicitamente ci appropriamo degli effetti del vento che muove una sciarpa, una gonna o i capelli come se fossero stati prodotti da noi e sentiamo in questo modo accrescere la nostra potenza fisica (Cullis). Vi è la possibilità che simili effetti di vento abbiano rivestito un ruolo di notevole importanza nello sviluppo di indumenti voluminosi e ondeggianti, che accrescerebbero il senso di “influenza spaziale”.
In altre parole gli abiti fluenti, morbidi e voluminosi enfatizzano e prolungano i gesti del corpo e di conseguenza lo stato d’animo. Ma se interferissero con i nostri movimenti (come nel caso in cui un cappotto o un vestito impedissero il libero movimento delle gambe e delle braccia)? Le nostre sensazioni di potenza e di estensione in quel caso diminuiscono piuttosto che aumentare.
E’ tuttavia difficile stabilire esattamente quali sono le condizioni che producono al massimo il senso di estensione poiché esse ovviamente variano con le abitudini e i gusti individuali.
Nella maggior parte dei casi come dice Flaccus: “Meno l’attenzione viene distratta da fattori irritanti sulla superficie di contatto, più perfetta sarà l’illusione di estensione”. Infatti i tessuti rigidi che producono sensazioni spiacevoli alla pelle, a fatica vengono incorporati nell’Io. (Psicologia dell’abbigliamento, Flugel)

“Spesso è nel volume dell’oggetto che si nasconde la seduzione.
Questo fazzolettino di batista non avrebbe destato l’interesse di nessuno se non fosse stato così esiguo.
Sarà sostituito domani da un fazzolettone di seta traboccante dal taschino,
anch’esso, in modo opposto, fa pensare esattamente alla stessa cosa:
all’estrema piccolezza del naso”. Bibesco


Le differenze tra i colori